Esercizio.
In una notte chiara e profumata di primavera una giovane donna lasciò il suo focolare, mentre il marito e i figlioletti dormivano sereni e, avvolta nella cappa nera, si allontanò camminando lungo un sentiero serpeggiante, tra dolci pendii bagnati d’argento.
La donna si fermò di colpo là dove iniziava il groviglio fitto e umido del bosco e riassettandosi le vesti ed i capelli lunghi corvini , tirò un lungo respiro e si addentrò nel buio dei rami intrecciati , mentre echeggiavano gli ululati dei rapaci notturni. Una moltitudine di fruscii e calpestii le misero agitazione, accelerò l’andatura sicura nella direzione alla capanna dello straniero, che ormai da tanto tempo viveva lì, in solitudine. Lo straniero, riposava disteso su un giaciglio di fieno, che non dormiva mai di notte, sentì i rumori e balzò in piedi e guardò attraverso la piccola finestra; vide l’ombra nera della cappa e il riflesso della chioma fluente e si affacciò.
La donna, vedendolo, si arrestò, la pelle bruciò nel percepire la vibrazione densa della sua presenza. L’aria della notte era corrente di fiume che la trascinava, i pensieri annullati; riavviò il passo, ora più lento, sempre deciso, si avvicinò di più, senza parlare, fino a che tra i loro volti ci fu solo il vapore bianco del respiro. Lo straniero la guardò come se fosse stato li ad aspettarla da tanto tempo(ma non era vero!) ed il lampo dei suoi occhi duri e consapevoli illuminò il sorriso lieve di lei e vide quanto era bella nel suo pallore. Si avvicinò di più, sentendo il calore dei corpi, infilò il braccio sotto la cappa nera e la cinse forte, sentendo la carne sotto l’abito leggero, la strinse fortissimo a sè e la baciò appassionato; in quell’istante lei sentì una fusione con tutto il creato e si trasformò in quercia. Lui si sciolse da quell’incanto. Passò un lupo, lo straniero lo accarezzò e il lupo guaì abbassando le orecchie lunghe; poi rientrò nella capanna per riprendere il riposo.
Rabab
Nicole e Bertrand.
Nicole aveva attraversato terre e oceani per quantanove giorni per approdare con sua figlia Sophie in una terra sconosciuta.
Al suo paese di origine era stata rinnegata dal marito e l’avevano imbarcata su una grande nave che la portasse il più lontano possibile.
Per tutto il viaggio Nicole aveva tenuto con una mano Sophie, che aveva già sette anni, e con l’altra la custodia di cuoio del suo violino. Una grande cassa era stipata nella stiva con le cose che si era portata via, tanti libri e tanti oggetti a lei cari.
Sapeva che la sua vita era tutto quello che teneva adesso per mano, Sophie e la sua musica.
Suo padre le aveva insegnato a suonare da piccola e insieme avevano suonato e ballato ogni giorno, lei a danzare intorno a lui, lui a cantare romanze e filastrocche mentre lei suonava e i loro occhi sorridevano e i loro cuori gioivano.
Adesso c’era Sophie a ballare intorno a lei e a riempire il vuoto.
Facevano tutto insieme quando Sophie non era a scuola.
La sera Nicole le raccontava favole fantastiche e avventurose, di castelli e cavalli e folletti e ridevano molto e si accarezzavano finchè esauste della giornata e del ridere si davano sette baci, l’ultimo per la buona notte e si addormentavano abbracciate.
Nei pomeriggi d’inverno a volte andavano alla spiaggia a guardare l’oceano ché Nicole non comprendeva perché ci fosse quel mare tra lei e la sua vita passata.
Le onde erano alte e sbattevano violente sulla riva e la penetravano per centinaia di metri e il risucchio lasciava la sabbia nera e lucida come uno specchio del cielo.
Nicole portava sempre alla spiaggia il suo violino, una coperta e uno gabello di legno, Sophie portava Charlotte, la sua bambola di pezza preferita con i capelli di lana rossi.
Stendeva la coperta a metà tra la sabbia bagnata e la scogliera. Lei si sedeva avvolta nella mantella nera sul piccolo sgabello. Sophie sulla coperta iniziava i discorsi alla sua bambola.
Poi prendeva il violino dalla vecchia custodia e lo abbracciava come un amante fedele e appassionato, raddrizzava la schiena aprendo un po’ le gambe su cui ricadeva la stoffa pesante della sua ampia gonna, appoggiava il violino nell’incavo delicato del collo e iniziava a pizzicare le corde tese con l’archetto e la sua melodia si fondeva con le note del mare d'inverno.
Nicole chiudeva gli occhi e respirava l’aria carica di umidità e sale.
Sophie correva lontano e ballava e poi tornava allegra e poi saltava e scriveva cose con un ramo sulla sabbia..e andava e tornava, come il mare.
Le dita di Nicole premevano le corde, avvolte nei guanti tagliati. La sua nuca era agghindata di due grosse trecce nere, avvolte come girasoli sopra le orecchie perfette.
Quando il sole diventava freddo e la luce era crepuscolo, Nicole raccoglieva i suoi gioielli e tenendoli per mano tornava a casa.
Al villaggio nessuno la conosceva bene e le donne ne parlavano tra loro nelle case in modo cattivo e sospettoso, per i suoi modi un po’ scontrosi e selvatici, per il fatto che non andasse mai alla messa, perché era arrivata li da lontano e senza un uomo; gli uomini invece, nei loro luoghi di ritrovo, ne parlavano a volte domandandosi come mai fosse sola con quella bambina e cosa le fosse successo di brutto e provavano pena e dicevano che era molto bella nella sua aria indifferente e che certo non poteva essere cosi indifferente a letto e ne ridevano rumorosamente.
Una volta un temporale che sembrava annunciare la fine del mondo con lampi e boati spaventosi le sorprese sulla spiaggia e di corsa si avviarono sulla strada per tornare a casa.
Bertrand le incontrò per caso che correvano per mano inzuppate di pioggia sul ciglio della strada e quasi non le vide per il muro di acqua davanti al parabrezza del suo camion da lavoro.
Si fermo un poco più avanti di loro, e al momento giusto aprì il finestrino dal suo lato:
“vi accompagno a casa, salite”
Nicole lo vide dentro il camion e non rispose , sempre diffidente.
“su salite!”
Guardò Sophie e la vide tremare, la prese in braccio e salirono fradice sul camion.
Strinse Sophie tra le braccia per scaldarla e le baciò la fronte.
Bertrand osservava un po’ la strada fangosa per non rimanere con le ruote impantanate e un po’ osservava il profilo di Nicole, che non diceva nulla e pensava solo a scaldare Sophie.
Bertrand notò le forme aggraziate di Nicole, avvolte negli abiti bagnati, si soffermò sul candore del collo esile, unica parte del corpo scoperta e il rossore delle sue guance per la corsa e le sue trecce d’ebano attaccate come edera alla piccola nuca.
Bertrand sentì un repentino desiderio per quella donna silenziosa e continuò a guidare senza dire nulla, confuso dalle sue sensazioni.
“ecco siamo arrivati, è questa casa vostra mi pare”
Nicole scese con in braccio Sophie, fece un cenno di saluto con la mano e si voltò per andare.
Bertrand ascoltò il suo battito accelerato, il sangue caldo pulsare nelle vene, pensò che non aveva mai incontrato una donna così e ripartì verso il bosco.
Per molte notti si addormentò col pensiero di lei, del profilo della sua nuca, della curva del suo collo, del suo incarnato come petali di rosa e la desiderò.
Nicole invece non pensò mai a Bertrand e continuò a suonare il suo violino per Sophie e per il suo vuoto.
Rabab
(molto ispirato da uno dei miei film preferiti “Lezioni di piano”)
Ludmilla e Buttafuoco, mattine di primavera.
Ludmilla si è svegliata presto per essere domenica, la sveglia segnava quasi le otto, ed è rimasta un po’ lì, nel tepore delle coperte, dal letto guardava la finestra, si sentivano dei colombi tubare e tra le tende leggere filtrava una luce strana, una penombra fredda....
......quella primavera non smetteva più di piovere, pioveva da giorni interi; certe mattine che pioveva, Buttafuoco non doveva partire, lei si alzava per prima e lui rimaneva nel letto fino a tardi, lei andava in bagno, si preparava il caffè, a volte portava il caffè a Buttafuoco, lì nel letto, per dargli un bacio; lui si stropicciava un po’ gli occhi e diceva che lo avrebbe bevuto dopo e si girava dall’altra parte; allora Ludmilla si vestiva in fretta anche se non aveva voglia di andare via, si metteva le scarpe, prendeva l’ombrello e usciva di casa, con una stretta al petto, camminava sotto la pioggia fino alla metropolitana e, già in ritardo, saliva sulla carrozza affollata e si dimenticava quella stretta al petto…
Altre mattine Buttafuoco doveva alzarsi prestissimo per andare a prendere l’aereo, Ludmilla lo sentiva alzarsi dal letto, andare al bagno, cercare i vestiti nell’armadio, lo guardava mentre si annodava la cravatta rossa al collo davanti allo specchio, era bello la mattina, sbarbato, profumato, elegante; lei si alzava a preparare il caffè, non le piaceva che partiva; Buttafuoco beveva il caffè in piedi, tuffandoci due biscotti al cioccolato, Ludmilla beveva il caffè seduta al tavolo, assonnata, ancora in pigiama, poi lui si lavava i denti, metteva la giacca, un bacio veloce, e Ludmilla lo voleva baciare ancora e stare li con lui, lui le staccava le braccia dal collo e la salutava con una carezza sul viso e lei sentiva la stretta al petto e gli occhi che si bagnavano..chiudeva la porta veloce, poi tornava a sedersi al tavolo e piangeva.
Una mattina, lei era in ritardo, pronta per uscire di casa, ma non aveva resistito ed era andata ancora una volta in camera da letto a baciare Buttafuoco, le piaceva baciare le sue labbra carnose e i suo occhi grandi..Buttafuoco la guardava con uno strano sguardo, arrabbiato, e le aveva detto “mi spieghi cosa ti succede?io non ce la faccio più”, Ludmilla era sorpresa dalla domanda e come sua abitudine aveva risposto “niente, non succede niente.” Buttafuoco l’aveva abbracciata e nell’orecchio le aveva detto “non andare, resta con me oggi” Ludmilla ora era ancora più sorpresa, non capiva ciò che Buttafuoco forse aveva già capito ”non posso rimanere, devo andare al lavoro” aveva risposto. Ma Buttafuoco aveva la testa dura, l’aveva seguita alla porta, non l’aveva fatta uscire, le aveva tolto la giacca, la borsa e l’aveva riportata in camera, l’aveva spogliata e rimessa nel letto, poi si erano amati con passione come fosse l’ultima volta, Ludmilla piangeva e non sapeva perché, quella stretta al petto era passata, ma non era sicura che non l’avrebbe più sentita …la luce dalla finestra era fredda, pioveva e Buttafuoco la stringeva forte.
Rabab