sabato, 05 maggio 2007

Cena dai miei..

Ieri sera sono passata dei miei per la cena; mentre sono ancora in auto, ho spesso la tentazione di
tagliare dritto verso casa mia, una tentazione per non fare scoprire a loro come sono quel giorno,
che quasi sicuramente non sono contenta e loro se ne accorgono subito.
Il tavolo è già apparecchiato di cibi diversi e semplici, che sono la cucina che preferisco:
dentro una pirofila calda ci sono le pennette fumanti coi pomodorini freschi e il formaggio,
in una insalatiera di vetro una misticanza verde e rossa imbevuta di olio denso e
profumato della mia Sicilia;  su un fuoco acceso, una padella coperta da un piatto
capovolto dove si sta cucinando la frittata di porri; non mancano mai a tavola le olive e in una ciotolina ecco le sarde salate.
Da quando ha smesso la professione, mio padre spesso si dedica a cucinare ed è anche bravo,
se non altro perchè ci mette più passione di mia madre, che è più frettolosa e
indaffarata.
Mi fa grande tenerezza quell'affanno nuovo di mio padre di inventare ogni giorno qualcosa da fare;
che poi non è un affanno tanto difficile, che di cose da fare in una famiglia moglie, figli e nipoti
ce ne sono tante. Ma prima era lui, solo; si svegliava la mattina presto, o prestissimo,
beveva il caffè, accendeva la sigaretta, svegliava il suo camion e  scendeva per le strade,
a percorrere il mondo. Credo che nella testa cambi molto.
A volte mi trovo a pensare al giorno in cui sopraggiungerà la stanchezza ed io sarò molto triste.

Dopo cena ho bevuto un mezzo bicchiere di vino rosso, miscela di nero d'avola e syrha,
poi un caffè che mio padre mi ha spruzzato di whyski, cercando di farmi credere che fosse ruhm.
Questi gesti per me sono le sue coccole.

Mia madre intanto si acconciava la pettinatura per tornare al lavoro che c'erano
all'auditorium dei readings (delle letture) di Quasimodo, il figlio.
Certo lei respira una aria più culturale nel suo ambiente di lavoro, che mio padre dal suo camion
non ha mai conosciuto e questo li rende distanti. Ma per me lui ha una animo gentile come un poeta.

Dopo cena, infatti, mi sorprende.
Vedo appoggiato sul mobile dell'anticamera un quadro che non avevo mai visto; è una stampa colorata
di un cavaliere sul suo cavallo impennato e con la lancia trafigge un drago e mi sovviene
che è San Giorgio; gli chiedo da dove sia sbucato quel quadro.
Poi va sul balcone e torna con un altro quadro in una cornice stretta metallica e arrugginita
che ritrae un bellissimo putto, tutto moro e ricciolino che tiene tra le braccia un bellissimo
agnello bianco e dallo sguardo paritario sembrano amici il bambino e l'agnello;
però non è un putto e mio padre mi dice che è San Giovanni.
Mi cala addosso una sensazione strana, forse mistica davanti alla bellezza di San Giovanni bambino.
Dice che ha passato la giornata a "restaurare" quei due quadri, nascosti e dimenticati forse
sopra un armadio; erano appartenuti alla sua casa natale e forse sono gli unici oggetti che ha
della sua storia di  bambino.

Quelle immagini, San Giorgio e San Giovanni con l'agnello bianco, antiche e rovinate, mi hanno parlato della storia di mio padre, di una storia che sembra cosi lontanta e che dentro di lui invece è viva;
mi hanno raccontato dell'amore allegro della sua famiglia nella campagna e nel paese, di coraggio e forza nella lotta per sopravvivere,  di purezza dello spirito; forse quelle immagini nella sua casa  avevano un significato e una forza e una bellezza simbolica che andavano oltre al legame con la religione.

Mio padre mi ha salutato con un bacio e sono uscita.

Ciao.


 

postato da: RABAB alle ore 12:06 | link | commenti (4)
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