Domenica sera.
E' domenica sera e sento solo delusione e amarezza, forse sono solo stanca della solitudine,
mi domando perchè non riesco ad essere e a fare come tutti gli altri.
Ho paura di rimanere ferma in questa stazione a guardare un altro treno passare,
e sento che lo perderò, perchè non avrò pagato il biglietto in tempo per salirci.
Percepisco sono bruttezza, egoismo, infelicità, fatica.
La mia città è grigia, qui è tutto grigio come una malattia.
Chiudo gli occhi e dentro piango.
Stringo nei pugni le mie forze,
per la battaglia del giorno che verrà. La domenica sera non mi è mai piaciuta.
Rabab.
Nicole e Bertrand.
Nicole aveva attraversato terre e oceani per quantanove giorni per approdare con sua figlia Sophie in una terra sconosciuta.
Al suo paese di origine era stata rinnegata dal marito e l’avevano imbarcata su una grande nave che la portasse il più lontano possibile.
Per tutto il viaggio Nicole aveva tenuto con una mano Sophie, che aveva già sette anni, e con l’altra la custodia di cuoio del suo violino. Una grande cassa era stipata nella stiva con le cose che si era portata via, tanti libri e tanti oggetti a lei cari.
Sapeva che la sua vita era tutto quello che teneva adesso per mano, Sophie e la sua musica.
Suo padre le aveva insegnato a suonare da piccola e insieme avevano suonato e ballato ogni giorno, lei a danzare intorno a lui, lui a cantare romanze e filastrocche mentre lei suonava e i loro occhi sorridevano e i loro cuori gioivano.
Adesso c’era Sophie a ballare intorno a lei e a riempire il vuoto.
Facevano tutto insieme quando Sophie non era a scuola.
La sera Nicole le raccontava favole fantastiche e avventurose, di castelli e cavalli e folletti e ridevano molto e si accarezzavano finchè esauste della giornata e del ridere si davano sette baci, l’ultimo per la buona notte e si addormentavano abbracciate.
Nei pomeriggi d’inverno a volte andavano alla spiaggia a guardare l’oceano ché Nicole non comprendeva perché ci fosse quel mare tra lei e la sua vita passata.
Le onde erano alte e sbattevano violente sulla riva e la penetravano per centinaia di metri e il risucchio lasciava la sabbia nera e lucida come uno specchio del cielo.
Nicole portava sempre alla spiaggia il suo violino, una coperta e uno gabello di legno, Sophie portava Charlotte, la sua bambola di pezza preferita con i capelli di lana rossi.
Stendeva la coperta a metà tra la sabbia bagnata e la scogliera. Lei si sedeva avvolta nella mantella nera sul piccolo sgabello. Sophie sulla coperta iniziava i discorsi alla sua bambola.
Poi prendeva il violino dalla vecchia custodia e lo abbracciava come un amante fedele e appassionato, raddrizzava la schiena aprendo un po’ le gambe su cui ricadeva la stoffa pesante della sua ampia gonna, appoggiava il violino nell’incavo delicato del collo e iniziava a pizzicare le corde tese con l’archetto e la sua melodia si fondeva con le note del mare d'inverno.
Nicole chiudeva gli occhi e respirava l’aria carica di umidità e sale.
Sophie correva lontano e ballava e poi tornava allegra e poi saltava e scriveva cose con un ramo sulla sabbia..e andava e tornava, come il mare.
Le dita di Nicole premevano le corde, avvolte nei guanti tagliati. La sua nuca era agghindata di due grosse trecce nere, avvolte come girasoli sopra le orecchie perfette.
Quando il sole diventava freddo e la luce era crepuscolo, Nicole raccoglieva i suoi gioielli e tenendoli per mano tornava a casa.
Al villaggio nessuno la conosceva bene e le donne ne parlavano tra loro nelle case in modo cattivo e sospettoso, per i suoi modi un po’ scontrosi e selvatici, per il fatto che non andasse mai alla messa, perché era arrivata li da lontano e senza un uomo; gli uomini invece, nei loro luoghi di ritrovo, ne parlavano a volte domandandosi come mai fosse sola con quella bambina e cosa le fosse successo di brutto e provavano pena e dicevano che era molto bella nella sua aria indifferente e che certo non poteva essere cosi indifferente a letto e ne ridevano rumorosamente.
Una volta un temporale che sembrava annunciare la fine del mondo con lampi e boati spaventosi le sorprese sulla spiaggia e di corsa si avviarono sulla strada per tornare a casa.
Bertrand le incontrò per caso che correvano per mano inzuppate di pioggia sul ciglio della strada e quasi non le vide per il muro di acqua davanti al parabrezza del suo camion da lavoro.
Si fermo un poco più avanti di loro, e al momento giusto aprì il finestrino dal suo lato:
“vi accompagno a casa, salite”
Nicole lo vide dentro il camion e non rispose , sempre diffidente.
“su salite!”
Guardò Sophie e la vide tremare, la prese in braccio e salirono fradice sul camion.
Strinse Sophie tra le braccia per scaldarla e le baciò la fronte.
Bertrand osservava un po’ la strada fangosa per non rimanere con le ruote impantanate e un po’ osservava il profilo di Nicole, che non diceva nulla e pensava solo a scaldare Sophie.
Bertrand notò le forme aggraziate di Nicole, avvolte negli abiti bagnati, si soffermò sul candore del collo esile, unica parte del corpo scoperta e il rossore delle sue guance per la corsa e le sue trecce d’ebano attaccate come edera alla piccola nuca.
Bertrand sentì un repentino desiderio per quella donna silenziosa e continuò a guidare senza dire nulla, confuso dalle sue sensazioni.
“ecco siamo arrivati, è questa casa vostra mi pare”
Nicole scese con in braccio Sophie, fece un cenno di saluto con la mano e si voltò per andare.
Bertrand ascoltò il suo battito accelerato, il sangue caldo pulsare nelle vene, pensò che non aveva mai incontrato una donna così e ripartì verso il bosco.
Per molte notti si addormentò col pensiero di lei, del profilo della sua nuca, della curva del suo collo, del suo incarnato come petali di rosa e la desiderò.
Nicole invece non pensò mai a Bertrand e continuò a suonare il suo violino per Sophie e per il suo vuoto.
Rabab
(molto ispirato da uno dei miei film preferiti “Lezioni di piano”)
L'audio e' stato cancellato dallo spazio su Splinder
La mia dolcezza.
Mi piace essere una persona comune, forse un po' più lenta, forse un pò più dolce.
La mia indole naturale è pacifica, tollerante, anche se la tolleranza diminuisce progressivamente col trascorrere del tempo, specie con certi arroganti.
Fino a qualche anno fa, non ho mai pensato di essere una persona particolarmente dolce.
Né ci ho mai tenuto ad esserlo, non era tra le qualità a cui ambivo e che ritenevo appartenermi.
Poi hanno iniziato a dirmelo, prima un collega, poi un 'altra, poi ho realizzato che mia madre è la donna più dolce che conosco e poi mi sono resa conto che tutti i miei amici sono persone dolci, e che spesso vengo notata da persone dolci e allora ho accettato che io non posso che vivere tra persone di carattere dolce, e che anche un eventuale amore dovrà essere dolce, perchè altrimenti non sarà possibile.
La dolcezza e la lentezza sono approcci che mi piacciono, mi fanno sentire quieta e sicura.
Il bello di essere lenti è quando cammini tra la gente frettolosa e affannata e passi inosservato, mentre tu osservi tutti e nessuno si accorge di te; e in quell'andamento lento immagino l'istante in cui i miei occhi incrociano occhi conosciuti, dolci e luminosi di desiderio, mentre il tempo si ferma e tutto continua a roteare vorticosamente intorno, semmai ancora più velocemente; quell'istante magnifico d'immobilità nella gabbia di un abbraccio.
Rabab.